mercoledì 29 febbraio 2012

Agostino d'Ippona: non spiegare a parole ciò che si canta col cuore

" Lodate il Signore con la cetra, con l'arpa a dieci corde a lui cantate. Cantate al Signore un canto nuovo! " (Salmo 32/33, 2-3). Spogliatevi di ciò che e vecchio ormai; avete conosciuto il nuovo canto. Un uomo nuovo, un testamento nuovo, un canto nuovo. Il nuovo canto non si addice ad uomini vecchi. Non lo imparano se non gli uomini nuovi, uomini rinnovati, per mezzo della grazia, da ciò che era vecchio, uomini appartenenti ormai al nuovo testamento, che è il regno dei cieli. T'utto il nostro amore ad esso sospira e canta un canto nuovo. Elevi però un canto nuovo non con la lingua, ma con la vita.
Cantate a lui un canto nuovo, cantate a lui con arte (cfr. Salmo 32/33, 3). Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a lui, ma non in modo stonato. Non vuole che siano offese le sue orecchie. Cantate con arte, o fratelli. Quando, davanti a un buon intenditore di musica, ti si dice: canta in modo da piacergli; tu, privo di preparazione nell'arte musicale, vieni preso da trepidazione nel cantare perché non vorresti dispiacere al musicista; infatti quello che sfugge al profano, viene notato e criticato da un intenditore dell'arte. Orbene, chi oserebbe presentarsi a cantare con arte a Dio, che sa ben giudicare il cantore, che esamina con esattezza ogni cosa e che tutto ascolta così bene? Come potresti mostrare un'abilità così perfetta nel canto, da non offendere in nulla orecchie così perfette?
Ecco egli ti dà quasi il tono della melodia da cantare: non andare in cerca delle parole, come se tu potessi tradurre in suoni articolati un canto di cui Dio si diletti. Canta nel giubilo. Cantare con arte a Dio consiste proprio in questo: cantare nel giubilo. Che cosa significa cantare nel giubilo? Comprendere e non saper spiegare a parole ciò che si canta col cuore. Coloro infatti che cantano sia durante la mietitura, sia durante la vendemmia, sia durante qualche lavoro intenso, prima avvertono il piacere, suscitato dalle parole dei canti, ma, in seguito, quando l'emozione cresce, sentono che non possono più esprimerla in parole e allora si sfogano in sola modulazione di note. Questo canto lo chiamiamo " giubilo ".
Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l'ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d'altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non" giubilare "? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo (cfr. Salmo 32/33, 3). 
Citazioni da Agostino, Commento al Salmo 32/33, in Enarrationes in Psalmos (403) 
Il ritratto di Agostino è di Vittore Carpaccio 

domenica 12 febbraio 2012

Lasciate maturare l'infanzia nei bambini (Rousseau, Emilio)

Fate l'opposto di ciò che è consueto e farete quasi sempre bene. Poiché il loro scopo non è quello di fare di un bambino un bambino, ma un dottore, non sembra mai troppo presto ai padri e ai maestri redarguire, correggere, rimproverare, lusingare, minacciare, promettere, istruire, convincere. 
 Fate di meglio: siate ragionevoli non ragionando mai con il vostro allievo, soprattutto per fargli approvare ciò che gli spiace; tirare sempre in ballo la ragione a proposito di cose sgradevoli ha l'effetto di rendergliela molesta e di screditarla precocemente in un intelletto che non è ancora in grado di capire. 
Esercitate in lui il corpo, gli organi, i sensi, le forze ma mantenete in ozio la sua anima il più a lungo possibile. Diffidate di tutti i sentimenti anteriori al giudizio che è in grado di valutarli. Trattenete, fermate le impressioni estranee e, per impedire che il male possa nascere, non affrettatevi a voler fare il bene, che non può mai essere tale se non è illuminato dalla ragione. 
Considerate ogni proroga come un vantaggio: è un guadagno consistente riuscire ad avvicinarsi alla meta senza perdere nulla; lasciate maturare l'infanzia nei bambini. E quando avranno davvero bisogno di essere istruiti, astenetevi dall'impartire oggi la lezione che pensate di poter rinviare senza danno a domani.

lunedì 6 febbraio 2012

La figura del maestro secondo Quintiliano

  Marco Fabio Quintiliano, da Institutio Oratoria
Prima di tutto il maestro assuma nei confronti dei suoi allievi la disposizione d'animo di un padre e pensi che egli subentra al posto di coloro che gli affidano i figli. Egli stesso non abbia vizi e non ne sopporti. La sua severità non sia opprimente e non esageri nel dare confidenza, per non suscitare da una parte odio, dall'altra disprezzo. Parli moltissimo dell'onestà e del bene: infatti, quanto più spesso ammonirà, tanto più raramente punirà; non sia assolutamente irascibile e tuttavia non tralasci le correzioni che si dovranno fare, sia semplice nell'insegnamento, resistente alla fatica, metodico piuttosto che incostante. Risponda volentieri a chi pone domande, interroghi di sua iniziativa chi non ne pone. Nel lodare l'esposizione degli allievi non sia né parco né eccessivo, perché il primo atteggiamento genera in loro fastidio per la fatica, il secondo li fa adagiare nella tranquillità. Nel correggere gli errori non sia aspro e non sia assolutamente offensivo: proprio questo, infatti, allontana molti dal proposito di studiare, ossia il fatto che alcuni insegnanti rimproverano come se odiassero. Egli stesso dica quotidianamente qualcosa, anzi molte cose, che gli ascoltatori possano meditare fra sé. Sebbene infatti dalla lettura derivino sufficienti esempi per l'imitazione, tuttavia alimenta in modo più completo la voce viva, e specialmente quella di un maestro che i discepoli, purché siano stati rettamente formati, amano e rispettano. A malapena si potrebbe dire d'altra parte quanto imitiamo volentieri coloro verso i quali siamo ben disposti.